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Non è solo un gioco di parole: i veicoli di trasporto sono sempre stati anche veicoli di qualcos'altro: economia, efficienza, socialità, comunicazione, la lista continua. La cultura è solo la risultante di tutti questi contesti, è una conseguenza immancabile. Alcuni veicoli veicolano meglio alcuni messaggi, altri veicoli ne sviluppano altri. L'automobile ha diffuso sviluppo, efficienza, e cultura della velocità. Le ferrovie hanno permesso scambio di merci e di persone a lunga distanza, veicolando al tempo stesso l'interscambio culturale. Anche i cavalli hanno avuto il loro ruolo, nell'antichità, nel diffondere editti ed ordini di battaglia.

La questione della mobilità non è solo tattica: non basta pensare ad arrivare a destinazione nel minor tempo possibile/più comodamente possibile/con maggior sicurezza. Bisogna pensare alle conseguenze delle nostre scelte, poiché sono profonde e, privandoci della coscienza della loro esistenza, limiteremmo il nostro campo d'azione sulla realtà, come se fossimo degli animali privi di un intelletto adeguato. Ed è esattamente quello che succede quotidianamente nelle città, dove milioni di persone decidono di salire, da soli, su un'automobile a cinque posti, creando traffico per poi ritrovarcisi invischiati, e abbandonandola per ore sul suolo pubblico in attesa di fare il percorso inverso.

Isolati, frustrati, economicamente impoveriti, i cittadini che decidono di usare tutti i giorni l'automobile per raggiungere il proprio posto di lavoro si concentrano su un solo fattore: la personale efficienza. Il veicolo deve portarci a destinazione il più velocemente possibile, con la minor fatica possibile. Da qualche anno, vista l'ecatombe di morti sulle strade, è in voga anche con la maggior sicurezza possibile, ma è evidente dalla gravità degli incidenti che sia solo l'ennesima scusa per non pensare ai fattori trascurati.

Fattori che corrispondono, spesso, anche a valori della dimensione più umana: ambiente, socialità, sicurezza (di tutti), sostenibilità. L'automobile inquina, isola, è pericolosa, impiega risorse in maniera ipertrofica cammuffando la sua inefficienza oggettiva. Sulla plancia, però, non esistono indicatori di questi fattori, mentre si guida. C'è l'indicatore di velocità, talvolta un indice della potenza erogata, l'autonomia residua, ma non ci dice quanto tempo stiamo chiusi dentro l'abitacolo, né quanti rischi stiamo correndo, o quanta CO e polveri sottili abbiamo scaricato con l'ultima accelerata.

Il veicolo privato, quindi, è una bolla di sopravvivenza (definizione utilizzata in un editoriale di Quattroruote, una trentina di anni fa, con una connotazione positiva giustificata dalla contrapposizione ad un mondo pieno di insidie e di pericoli) nei quali ci si infila per trasformare la propria realtà, e dalla quale veniamo trasformati culturalmente: una volta alla guida, conta la risposta dell'acceleratore e la tenuta in curva, perché non esiste nulla di più desiderabile delle prestazioni.

Non sto parlando degli altri, né di voi: sto parlando di me stesso. Io sono l'automobilista medio, specificatamente italiano, arrivato all'età della patente negli anni in cui le automobili hanno iniziato a godere di sviluppi tecnologici importanti,  persino a questioni di sicurezza in precedenza trascurate: obbligo della cintura, airbag, antibloccaggio dei freni, telai disegnati per collassare in maniera progressiva, barre alle portiere! Una meraviglia di evoluzioni tecnologiche che si sviluppa fino ad oggi, con i dispositivi di guida assistita. La tendenza naturale è quella di non pensare ad altro e sognare di sostituire la propria auto appena possibile perché quella attuale, se mi addormento alla guida, esce di strada e di conseguenza devo assolutamente acquistare un nuovo modello in grado di rimanere all'interno della corsia. In tutta la mia vita ho assorbito così tanta cultura dell'automobile che mi sono quasi convinto che non esistano alternative valide.

Ovviamente, essendo al tempo stesso immerso nella realtà materiale, ho subito le conseguenze delle mie scelte e, ad un certo punto, l'automobile si è rivelata poco pratica per raggiungere la destinazione, quindi ho potuto utilizzare autobus, metropolitana, moto, scooter, persino la bicicletta. Per lavoro ho dovuto cambiare spesso gli itinerari e mi sono adattato, ma sempre per questioni di efficienza: sceglievo il mezzo in grado di portarmi in ufficio il più velocemente possibile. Non sono quindi nuovo alle alternative ma, ad un certo punto, mi sono reso che qualsiasi mezzo io stessi sfruttando, ero comunque sottoposto alla cultura imperante dell'automobile privata, che si esprime pubblicamente con un semplice fatto: le automobili sono ovunque. Esse occupano tutti gli spazi, te le trovi sempre in mezzo ai piedi, ti rallentano, ti piazzano i gas di scarico sotto il naso, fanno rumori fastidiosi, costituiscono sempre un pericolo, ti spaventano e, più spesso di quanto dovrebbero, ti uccidono.

Report: Drivers Get More Protection — The Rest of Us Get Slaughtered